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Troppi pericoli per i ciclisti. Bisogna correre ai ripari, dicono a Parma e Roma? PDF Stampa E-mail
Martedì 12 Gennaio 2010 14:04

Troppi pericoli per i ciclisti. Bisogna correre ai ripari

Muoiono in Italia 352 ciclisti all'anno: in media un ciclista al giorno. Nel 2008 i ciclisti feriti sono stati 14.535, i pedoni 20.525. Il 40% del totale delle vittime per incidenti stradali in città sono pedoni e ciclisti: un abisso ci divide dall' Europa, dove la percentuale è del 20%. 
Non credo che il dato di Parma si discosti dalla media nazionale. Dare spazio alla circolazione delle auto e non produrre inquinamento alcuno non salva quindi il ciclista, che paga la sua scelta esponendosi costantemente a pericoli. 
Le statistiche dicono che nella stragrande maggioranza dei casi chi va in bicicletta muore per la velocità incontrollata delle macchine e per investimenti alle spalle. L’inadeguatezza dei controlli, la mancanza di regole e più ancora la politica urbanistica imperante hanno fatto sì che i ciclisti, come i pedoni, siano considerati poco più che degli ospiti nel paesaggio urbano, dove paiono esistere solo le macchine. In questo ambito Parma è malinconicamente all’avanguardia. Le auto occupano spesso aree che non competono loro: marciapiedi, spazi pedonali, piste ciclabili, scivoli per disabili. 
Il problema è ripristinare regole; il che significa rispettare gli utenti più deboli: ciclisti, pedoni, anziani, bambini. Quest'emergenza non si risolve certo con piste ciclabili ridicole e fatiscenti atte a provocare diverbi fra ciclisti e pedoni, a mo’ dei capponi di Renzo. Occorre anzi tutto che molti marciapiedi siano ricondotti a dimensioni ragionevoli (in molte arterie cittadine essi gareggiano in larghezza con quelli della Quinta Strada a New York). Solo così si potrà evitare che il ciclista sia costantemente sfiorato da automezzi in corsa, specie filobus e autobus. Urge soprattutto eliminare le righe blu dovunque esse queste - riducendo le carreggiate a budelli - rendano impossibile il transito delle biciclette. Occorre eliminare le muraglie divisorie che, piazzate al centro di carreggiate, ne restringono la larghezza costringendo i ciclisti, anche in quel caso, a mettersi in salvo sui marciapiedi. 
Va posto poi un limite di velocità ai ciclomotori elettrici (impropriamente chiamati «biciclette elettriche») in città: una volta preso l’abbrivo questi mezzi si trasformano in autentici bolidi ancor più pericolosi degli scooter perché ti piombano alle spalle silenziosissimi. 
Due anni fa lo scrivente sollecitò da queste colonne i parlamentari eletti a Parma a far approvare una norma che imponesse l’installazione di un cicalino a bordo dei suddetti motoveicoli al fine di segnalarne la presenza in strada: parole al vento. Probabilmente solo quando qualche vip - uscito con la testa rotta perché investito da predetto bolide - intenterà causa giudiziaria con richiesta di salatissimo indennizzo per i danni subiti, ci si deciderà a imporre l’obbligo dell’assicurazione anche chi fa uso di questi mezzi a motore.
E vengo al problema-principe che angustia i ciclisti parmigiani. Le piste ciclabili hanno senso se consentono risparmio di tempo. Invece accade che occorrano oggi tempi spropositati per andare in bicicletta - cito solo qualche percorso - da barriera Bixio all’incrocio di via Mantova; dall’arco di San Lazzaro a piazza Garibaldi; dal cosiddetto «Ponte delle Nazioni» all’ospedale Maggiore. E ciò a prescindere dal fatto che tuffarsi in quei percorsi da gimkana - tra continue curve, pedoni da schivare, strisce pedonali da attraversare, labirinti di saliscendi da un marciapiedi all’altro, rientrature ai semafori e alle «rotonde» - é un’esperienza a dir poco angosciante per chi vi si avventuri in bici. 
E’ chiaro che chi ha progettato siffatte «piste ciclabili» sulla bicicletta (o sul triciclo) ci è salito solo da piccolo.
C’è poi il dato riconducibile alla nostra storica arretratezza. In Italia la percentuale degli spostamenti in bicicletta è ferma al 4%. In Olanda è del 25%. La carta europea della mobilità sostenibile prescrive alle città di raggiungere almeno la quota del 15% sul totale degli spostamenti. E c'è una ragione. Se si arriva al 15%, gli incidenti in bicicletta cominciano a diminuire perché gli automobilisti si abituano alla presenza delle biciclette in strada e lasciano loro spazio. 
A proposito: avete mai visto un vigile non dirò multare, ma almeno redarguire un automobilista che, ignorando l’esistenza dei ciclisti, li obbliga a mettersi in coda alle auto anche ai semafori? Insomma, sarebbe gran vantaggio per tutti se troppi sederi che conoscono solo le poltrone di guida delle auto, venissero di tanto in tanto depositati sulla sella di una bicicletta! Se si seguisse l’esempio del futuro premier britannico, il leader del partito conservatore David Cameron, il quale non solo non si vergogna di muoversi per Londra in bicicletta   (come invece si vergognano, a casa nostra, tantissimi «fasiòr»), ma la usa persino per recarsi a Westminster!  
Sergio Caroli